Gente di Duomo
La nostra gente, d’altri tempi
Articolo in dialetto (riadattato) tratto dal
Ventennale del Rione
Un fò pe’ dì, ma ‘i ddomaioli son pesciatini d’un’artra razza!
C’è, è vero, il fiume che taglia in due la città,
ma forse è proprio ‘sto bizzarro scherzo della natura che ha creato
du’ razze quasi differenti, e mi spiego: ‘i ddomaioli, si sa, son
gente abituata a vivere sul proprio uscio; sì, sappiamo anche che oltre
al Vescovato, ci sono bei e antichi Palazzi come, mettiamo, quello del Flori
– Sainati che ospitò il Granduca Gian Gastone de’ Medici,
quello dei Forti in via della Fontana o dell’Ansaldi alla Porta Fiorentina,
ecc... ma bisogna anche dire che la vita giorno giorno dei domaioli, si svolgeva
tutta nella “piazzetta” con le sue botteghe: dal Caffè di
Salaccone, proprio sotto all’antico campanile del Duomo e poi giù
giù, il “Pane e pasta” di Remo Bellandi e di Beppino di Galileo,
che aveva impiantato la pompa di benzina “Shell”: un monumento rosso
e giallo con la testa a conchiglia illuminata di notte. Poi c’erano: la
“privativa” di Mario Maggino, cioè di sale e tabacchi, e
la “cereria” di Angelo Moncini, fratello di un canonico del Duomo,
piena di articoli sacri, candele e candeline. Eppoi la botteghina di mercerie
di Giannino di Smeralda e più su, sulla gran via Cavour, la calzoleria
di Clodoveo Vantaggioli che nella bella stagione metteva sul marciapiedi il
deschetto con lui, patriarca, a capotavola e i figli e i garzoni. Poi veniva
la Tita, di salumi e formaggi, gestita in proprio da Ernesto Viti che in un
magazzino appresso, lavorava gli insaccati di maiale e, prima di voltare sul
ponte del Duomo, ecco la “Coina” dove andavano a fare colazione
i conciai: cacio baccellone e mezzo litro di vin rosso.
C’era insomma di tutto, non le drogherie celebri e i caffè alla
moda ch’erano di là del Ponte, ma quello che aveano, ai domaioli
bastava. Per tale motivo, bisogna dire: “signori miei... ‘i ddomaioli,
sono ‘n’artra ‘osa!”.
In primis, dal modo di parlare, garbato, con le parole che arrotolano in bocca,
leccandosi poi le labbra, senza però, dire sperloqui, insomma: robba
da fa’ piange ‘i tetti!
Questo distinto quartiere andava dalla Gufaia al Seminario, al Carmine, fino
al vecchio Fondaccio; una specie di suburra, illuminato da pubbliche lampadine
piene di loia che facevano più ombra che chiaro. Anzi, un mi’ amico
che abitava all’ultimo piano di un casone, proprio nel Fondaccio, quando
rincasava di notte gli veniva addosso una tremarella, ma una tremarella che
salendo pian piano, guardingo, quelle sue scale ripide e buie, stringeva nella
mano la grossa chiave del portone dicendo a voce soda: “Stasera ragazzi
un’è serata. Se ne chiappo uno, lo sfò!” E così,
minacciando per darsi coraggio, saliva su su le scale finché una sera,
sull’ultimo pianerottolo (il suo) gli piazzarono una zucca svuotata con
tanto d’occhi e bocca ringhiosa, illuminata dall’interno da una
candela accesa. Sicché quando ‘sto ragazzo svoltò per salire
l’ultima rampa di scale, si trovò dinanzi quel teschio ghignante,
silenzioso e beffardo; lui icché ffà? Rigira la schiena scendendo
a precipizio tutte le scale fin nella strada: ma avea ‘i lluccioni lungo
l’occhi e ‘l core ‘n gola!
Ragazzi i domaioli, tutto sommato, non erano marioli come a esempio i ragazzi
delle Capanne: erano gente che, ‘perde ‘l cervello, ‘n lo
perde!
Poteva, ad ogni modo, succedere qualche scaramuccia con quelli di là
del Ponte: allora, uno de ‘i ddomo lanciava ben chiaro ‘ome una
stilla quel: “sotto ragazzi!” che più che un incitamento
parea un ordine, e giù sassate e parolacce più che danni. Era
ti dìo un gran fraasso pe’ fa’ divertì la gente.
E i festeggiamenti del Crocifisso della Maddalena, dove li mettete? Partivano
dal Domo con quel cristone! ‘Vi dìo, che d‘elli lì,
ce n’è poini in giro; e la schiera dei canonici, il branco dei
seminaristi e il Vescovo.
Dico, il Vescovo! Dove lo mettete? Lui, questo gran Vescovo, pur facendo il
“Pastore” di tutta intera la città, era pur sempre un domaiolo:
Oh, se lo ricordiamo, un omone ci pareva, dalla faccia bona, che ci benediceva
quando ragazzi, s’andava a baciargli l’anello e lui, un sant’omo,
ci poneva la su’ manona sur ccapo. Così questo quartiere del Duomo
è sempre stato una zona “benedetta”, senza troppi inciampi:
un bel posto insomma, che ora, preso così di punto in bianco, un saprei
ben ridì, ma quarcuno specie de’ vecchi che tiene bene d’ogni
‘osa a mente, di sicuro (porca miseria!) lo pò ridì.
M’accorgo invece d’avere scritto e discorso quasi come la gente
di là del Ponte, ma questo vuol dire che, in fondo, siamo tutti pesciatini
e che Pescia pasce, chi a Pescia non nasce.
Giovanni Nocentini - 2 Maggio 2001

